Enigma rosso sangue

Da vivo, il marchese Gontrano Serpelloni di Roccapallosa, appassionato di enigmistica e di poesia, era stato l’individuo più odioso, e odiato, del circondario, saccente e maligno com’era. Forse l’unica persona che lo sopportasse era l’enigmista italo-francese Eracle Pierrot, peraltro non meno saccente di lui.  

Pierrot era ospite fisso dell’avito maniero del marchese, che contava, inoltre, fra i suoi abitanti: Flavia de Frenet in Serpelloni, la moglie, ninfomane, del marchese; Claudia de Frenet, la sorella di Flavia (una zitella che amava definirsi, con eufemistico neologismo, “nubildonna”); Gegia, la cuoca; Girolamo, il maggiordomo, marito di Gegia; Adalgisa, la cameriera; Giuseppe, detto Peppe, il giardiniere-autista, fresco sposo di Adalgisa, gran scopatore, ma un po’ lento di comprendonio. 

Tutti costoro covavano motivi di profondo rancore nei confronti del loro parente o padrone; motivi destinati ad essere presto archiviati, dal momento che il marchese giaceva esanime in una pozza di sangue nella sua camera da letto. Causa della morte due coltellate che ne avevano provocato un decesso non immediato, tant’è vero che, prima di rendere la sua bell’anima a Dio, il marchese aveva fatto in tempo a scrivere un biglietto, sibillino se mai ce ne fu uno, su cui erano riportati un elenco e un distico:  

Fresco marino 

La cercatrice 

A se stessa 

Valentina 

Il passero solitario 

All’amato 

Di chi mi ha ucciso io firmo la condanna,

ma state attenti: l’apparenza inganna.  

Gontrano Serpelloni.

 

 

  

 

 

 

Erano tutti riuniti in salotto. Eracle Pierrot, al centro della scena, brandendo il biglietto lasciato dal fu marchese, tuonò, rivolto alla marchesa:  

         – Tu l’hai ucciso: il biglietto ti accusa! Questo elenco, apparentemente senza senso, è un acrostico: le iniziali di ogni riga, lette di seguito, danno un nome: Flavia.  

Incongrue risuonarono, e inaspettate, le risate contemporanee di Flavia e di Peppe (un po’ lasciva la prima, un po’ ebete la seconda). 

         – Impossibile, carissimo Eracle. Ieri notte, quando il mio Gontrano è stato ammazzato, io ero in compagnia di Peppe, nel casotto in giardino: abbiamo scopato a ripetizione, dal tramonto all’alba – dichiarò la marchesa, senza pudori. 

         Il viso di Pierrot s’imporporò vistosamente: il suo defunto amico gli aveva giocato un brutto tiro, cercando, nel contempo, di fregare anche la moglie fedifraga. Ma Eracle non era tipo da arrendersi tanto facilmente e, insensibile al brusio sarcastico che si era sollevato dopo il piccante colpo di scena, si concentrò nuovamente sull’elenco e sul distico. Finalmente il suo volto s’illuminò di una luce feroce e, mal dissimulando una nota di trionfo, disse: 

– Un momento di silenzio, prego. Chiedo scusa a Flavia, a Peppe e a tutti voi, per il mio precedente, imperdonabile errore. Ora, però, sono pronto a smascherare l’omicida. L’elenco che Gontrano ci ha lasciato è un elenco di titoli di poesie, curiosamente cambiati di ‘genere’: “Fresca marina” (Quasimodo),  “Il cercatore” (Caproni), “A se stesso” (Foscolo), “Valentino” (Pascoli) e “All’amata” (ancora Foscolo). L’unico titolo ‘giusto’ è “Il passero solitario” di Leopardi. Perché? … [pausa ad effetto]. Ma perché è quello che ci indica l’omicida: anche questo va cambiato di genere e chi, fra noi, può essere definita “passera solitaria”, se non la nostra “nubildonna”? Vero Claudia? – e mentre Claudia sveniva, Pierrot si tributò, col pensiero, uno scrosciante applauso.

Roberto Levi