Capitolo 1

Giustificazioni e proponimenti               

Mi chiamano l’“ebreo errante” perché non ne ho mai combinata una giusta nella vita e, accumulando errori su errori, passo (falso) dopo passo (falso) - pazientemente, tenacemente, caparbiamente - ho costruito il mio clamoroso, unico, invidiabile insuccesso personale.

      Sono un vero self made man: mi sono fatto da me; anzi mi sono sfatto da me. Partendo da zero, con le mie sole forze, senza l’aiuto di nessuno - o quasi -, sono trionfalmente retrocesso nella mia carriera esistenziale fino a raggiungere la posizione che oggi orgogliosamente occupo, ben arretrata rispetto alla posizione di partenza: da zero a sottozero. Il mio sogno, in effetti, è sempre stato quello di “ricominciare da capo”: ciò avrebbe significato compiere un prodigioso balzo in avanti, annullare di colpo l’handicap tanto puntigliosamente accumulato in anni e anni di scelte sbagliate e di non scelte. Ma nella vita, purtroppo, le false partenze non si ripetono. E così l’unico modo che ho per tornare indietro è ripercorrere il cammino fin qui compiuto. In questo sono un esperto: in pratica ho trascorso la seconda metà della mia esistenza con lo sguardo rivolto al passato; ciò mi ha permesso di liberarmi in buona misura dei miei peggiori incubi e di avvicinarmi, ma, ahimè, asintoticamente, a quelle condizioni di ‘normalità’ che costituiscono il presupposto di una vita ragionevolmente ben vissuta. Preso atto del fatto che non raggiungerò mai l’agognato asintoto, temo di avere in mano tutti gli elementi per tirare le somme, per tracciare un bilancio consuntivo - prematuro solo in termini puramente cronologici -, della mia avventura umana. Da tale amara consapevolezza è nato il proposito di scrivere questo libro. Ma se mi accingo all’impresa non è tanto per motivi esistenzial-amministrativi, dettati da un qualche anelito frustrato a una brillante carriera di ragioniere: ciò che mi spinge alla rievocazione delle mie infelici vicende è, piuttosto, l’ansioso impulso a giustificarmi, il bisogno di spiegare, impetrando venia, come qualmente io, che già in utero sembravo chiamato a fulgidi destini, sia finito per naufragare miseramente contro gli scogli del fallimento totale. Quel che vado cercando è comprensione: non pietà, né commiserazione - se possibile -, ma una calda, partecipe, empatica, solidarietà umana. Il senso di colpa, che ha marcato pesantemente tutta la mia vita, esige che io, al posto di un’ammirazione compensatoria, che non sarò mai in grado di suscitare, ottenga almeno un’assoluzione, se non altro a forza di attenuanti.

      A dire il vero, la persona alla cui comprensione, alla cui solidarietà, al cui perdono tengo di più sono io stesso. E’ soprattutto ai miei occhi che sento il bisogno di giustificarmi, per mettere finalmente a tacere quel rumore di fondo, quel brontolio interiore, quel mugugno autocritico cui si è ridotto, senza sparire del tutto, il già menzionato senso di colpa. Avrei potuto, quindi, anziché cercare di scrivere un libro, tenere un diario, limitarmi a un dialogo con me stesso. Ma questa soluzione, ancorché più economica, non sarebbe stata efficace, perché, per quanto intenda ottenere soprattutto la benevolenza del mio giudice interno, tuttavia, onde conseguire un verdetto convinto e convincente, ho bisogno di testimoni esterni, del maggior numero possibile di testi a discarico, e quindi, per fingere un pubblico processo, devo almeno immaginare di rivolgermi a un pubblico.

      Inoltre scrivere un libro, con la dichiarata intenzione di darlo alle stampe, mi espone al rischio di un ennesimo insuccesso, ovvero mi offre l’occasione di verificare ancora una volta l’implacabilità della mia vocazione al fallimento, l’ineluttabilità del mio destino umano: questa è una prova cui voglio sottopormi, prima di trarre le conclusioni definitive su me stesso. Solo chi si prefigge una meta e non la raggiunge può a buon diritto dichiararsi fallito, e prima di fregiarmi di tal titolo voglio essere sicuro di meritarlo in pieno. In terzo luogo anche il solo pensare che qualcuno possa leggere quanto vado scrivendo gratifica il mio esibizionismo invertito, la mia tendenza a dipingermi nella luce peggiore, quasi pavoneggiandomi nel mio look spennacchiato di brutto anatroccolo destinato a non diventare mai cigno. Al riguardo non so se la mia spietata furia autodenigratoria - la mia tendenza all’autoflagellazione - sia il frutto ipocrita di una falsa modestia intesa a suscitare un coro di premurose smentite, o una sincera reazione agli eccessi adulatori di una Cornelia troppo vanagloriosa, o l’amaro sfogo, autopunitivo, della rabbia narcisistica che nutro contro me stesso per le molte delusioni che mi sono inflitto. Forse è un po’ tutto questo messo insieme.

      A prescindere, poi, dalla rabbia di cui son fonte e oggetto, provo un pallido rancore, un tiepido risentimento contro quelli che, a torto o a ragione, giudico corresponsabili del mio poco felice stato attuale. Da ciò un altro movente che mi spinge, vinta l’inerzia della mia altezzosa pigrizia, a scrivere questo libro: il desiderio di additare alla pubblica riprovazione, con un j’accuse dissimulato nelle pieghe di un resoconto autobiografico, quanti,  più o meno consapevolmente,  hanno contribuito a  rafforzare  le  mie  debolezze - forse congenite - e quanti, più o meno malignamente, ne hanno approfittato. In altre parole, sono mosso anche da un poco commendevole, pur se alquanto blando, spirito di rivalsa.

      Denunciati così i miei ansiosi e astiosi impulsi, mi sento libero di dar corso alla decisione presa: scriverò, dunque, dei fatti miei più intimi e coinvolgerò in questa iniziativa parecchie persone. Spero soltanto di evitare la trappola di un’impostazione troppo brutalmente autoaggressiva-aggressiva - stile “muoia Sansone con tutti i Filistei” -, così come, d’altra parte, spero di non scadere nel vittimismo e nell’autocommiserazione. Mi auguro, inoltre, di riuscire a narrare le mie peripezie in forma almeno non troppo indigesta, anche se io non sono uno scrittore.

      Nella mia famiglia, peraltro, gli scrittori non mancano: lo era mio padre, lo era, più famoso, suo cugino. Coetanei (entrambi del 1919), molto simili nei lineamenti e per un certo atteggiamento mentale, improntato a una pensosa mitezza, non lo erano affatto per estrazione culturale - umanista ‘puro’ e irriducibile mio padre, scienziato, per quanto ‘impuro’ e molto ‘umanistizzato’, suo cugino -, per esperienze di vita, per stile letterario e argomenti trattati. Determinanti, nel segnare le differenze tra i due, furono i rispettivi rapporti con l’Olocausto. Mentre mio padre visse gli anni tremendi della persecuzione nazista oltreoceano, suo cugino li visse nel campo di concentramento di Auschwitz. Mentre mio padre, sul piano personale, fu debitore al nazismo del proprio matrimonio, suo cugino gli fu debitore di un marchio indelebile, di un memento implacabile che lo accompagnò per tutta la vita, fino al suo tragico epilogo: morì suicida due anni prima che mio padre morisse d’infarto. Ma, a prescindere dalle loro differenze sul piano esistenziale e su quello letterario, entrambi dovettero vivere e ripensare la propria ebraicità sullo sfondo della tragedia comune, condizionati dall’essere fatti oggetto di una persecuzione abominevole. Io, nato dopo la fine della guerra, in una famiglia colpita solo marginalmente (cioè non nel ristretto nucleo familiare) dalle deportazioni, ho vissuto la mia ebraicità in tutt’altra maniera, da tutt’altra prospettiva: attraverso il filtro deformante del mio rapporto patologico e patogeno con mia madre, responsabile del mio personale ‘male oscuro’, la nevrosi ossessiva che mi ha afflitto fin dall’età di diciassette anni. Questa, più ancora che il fatto di non essere uno scrittore, è la differenza di fondo che mi distingue dai miei illustri parenti: loro vittime di una persecuzione mostruosa, io vittima di un assoggettamento nevrotico. Ritornerò sul tema del mio rapporto conflittuale-ambivalente con l’ebraismo; per ora mi presento: ecco il mio autoritratto.

Roberto Levi